27 Gennaio 2020
Via libera agli alimenti derivati dalla canapa

E’ stato pubblicato il decreto del ministero della Salute

In Italia, in quattro anni, i terreni coltivati si sono decuplicati

 

TORINO - Il 15 gennaio scorso è stato finalmente pubblicato Il Decreto del ministero della Salute Definizione di livelli massimi di tetraidrocannabinolo (THC) negli alimenti, che era già stato prodotto in bozza sin dal settembre 2017.

Fabrizio Galliati, presidente di Coldiretti Torino, informa: «Il decreto stabilisce che gli alimenti derivati dalla canapa sono i semi, la farina ottenuta dai semi e l’olio ottenuto dai semi, e che i valori massimi di THC sono i seguenti. Per i semi e la farina da essi derivata, il limite massimo è 2,0 mg/kg. Per l’olio ottenuto dai semi di canapa il limite massimo è di 5,0 mg/kg. Per gli integratori contenenti alimenti derivati dalla canapa il limite massimo è 2,0 mg/kg. Il decreto dà finalmente risposte alle centinaia di aziende agricole che avevano investito in tempi non sospetti nella coltivazione della canapa sativa a scopi alimentari. In Italia i terreni coltivati a canapa sono decuplicati nel giro di cinque anni, passando dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4.000 del 2018».

Il presidente di Coldiretti Torino aggiunge: «L’attesa pubblicazione in Gazzetta fa chiarezza su un settore che negli ultimi anni ha visto un vero e proprio boom, dai biscotti e dai taralli al pane, dalla farina di all’olio, ma c’è anche chi la usa per produrre ricotta, tofu e una gustosa bevanda vegana, oltre che la birra. Dalla cannabis si ricavano inoltre – continua Fabrizio Galliati - oli usati per la cosmetica, resine e tessuti naturali ottimi sia per l’abbigliamento, poiché tengono fresco d’estate e caldo d’inverno, sia per l’arredamento, grazie alla grande resistenza di questo tipo di fibra. Se c’è chi ha utilizzato la cannabis per produrre veri e propri eco-mattoni da utilizzare nella bioedilizia per assicurare capacità isolante sia dal caldo che dal freddo, non manca il pellet per il riscaldamento che assicura una combustione pulita».

La canapa è un tipo di coltivazione che si estende da Nord a Sud della penisola, dal Piemonte alla Puglia, dal Veneto alla Basilicata, ma anche in Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna. Si tratta in realtà di un ritorno per una coltivazione che fino agli anni Quaranta era più che familiare in Italia, tanto che il Belpaese con quasi 100mila ettari era il secondo maggior produttore di canapa al mondo, dietro soltanto all’Unione Sovietica. Il declino è arrivato per la progressiva industrializzazione e l’avvento del “boom economico” che ha imposto sul mercato le fibre sintetiche, ma anche dalla campagna internazionale contro gli stupefacenti che ha gettato un ombra su questa pianta.

Fabrizio Galliati puntualizza: «Il decreto non menziona in alcun modo la possibilità di utilizzare altre parti della pianta oltre ai semi e ai loro derivati, farina e olio, quindi non risolve la questione dell’utilizzo delle infiorescenze o di parti diversi della pianta, sulla cui commercializzazione continua a gravare la sentenza restrittiva emessa a fine maggio dalle Sezioni Unite della Cassazione sui limiti della legge 242 del 2016. Coldiretti auspica che, al più presto, un ulteriore intervento legislativo faccia chiarezza anche su questo fronte».

Il presidente di Coldiretti Torino Continua: «Un altro aspetto legato alla canapa su cui Coldiretti richiede modifiche legislative è quello della coltivazione, trasformazione e commercio della cannabis a scopo terapeutico. In Italia la richiesta di prodotti terapeutici a base di cannabis è in costante crescita e viene soddisfatta soprattutto dalle importazioni nonostante il fatto che, con decreto del Ministero della Salute dell’11 novembre 2019, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, l’unico autorizzato alla coltivazione, potrà produrre fino a 500 kg di infiorescenze di Cannabis a fronte dei 350 kg consentiti nel 2019. Solo utilizzando gli spazi già disponibili nelle serre abbandonate o dismesse a causa della crisi nell’ortofloricoltura, la campagna italiana può mettere a disposizione da subito mille ettari di terreno in coltura protetta. Si tratta di ambienti al chiuso dove più facilmente possono essere effettuate le procedure di controllo da parte dell’autorità preposte per evitare il rischio di abusi. Una opportunità che va attentamente valutata per uscire dalla dipendenza dall’estero e avviare un progetto di filiera italiana al 100% che unisce l’agricoltura all’industria farmaceutica e che potrebbe garantire un reddito di 1,4 miliardi e almeno 10mila posti di lavoro, dai campi ai flaconi».

«Una prima sperimentazione che – conclude Fabrizio Galliati – potrebbe aprire potenzialità enormi se si dovesse decidere di estendere la produzione in campo aperto nei terreni adatti. Negli anni Quaranta, con ben 100mila ettari coltivati, l’Italia era il secondo produttore mondiale della cannabis sativa, che dal punto di vista botanico è simile alla varietà indica, utilizzata a fini terapeutici».

 

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